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Lavorare al femminile: Piano C, il cowork a misura di donna

piano CAperto a dicembre 2012, Piano C  a Milano è l’unico centro di cowork in Italia che si rivolge specificamente alle donne. E agli uomini purché forniti di figli. Il forte accento sul binomio lavoro-famiglia e sulle possibilità di un equilibrio tra le due realtà nasce dall’esperienza personale e professionale di Riccarda Zezza, sua fondatrice. Dipendente di aziende di caratura internazionale, dove ha ricoperto posizioni di responsabilità, dopo essere diventata mamma, Riccarda si è scontrata con un mondo corporate retrivo e chiuso a qualunque altro interesse una persona possa avere al di fuori del lavoro, compresa la famiglia e i figli piccoli. Dall’insofferenza per questa situazione è scaturita una riflessione su un nuovo modello per il lavoro. Ed è nato Piano C, “una community di idee ed energie” per continuare a riflettere su come potrebbero essere le modalità di lavoro del futuro, non solo per le donne, ma partendo dalle esigenze delle donne, le più insoddisfatte della situazione attuale, quindi le più disposte a lottare in prima linea per cambiarla.

Abbiamo fatto il punto su questo primo anno di attività con Sabrina Bianchi, partner di Riccarda in Piano C, di cui è responsabile marketing e comunicazione. Anche Sabrina ha alle spalle un passato aziendale (appunto in posizioni di marketing e comunicazione) e, dallo scorso giugno, ha deciso di fare il grande passo e unirsi a Riccarda per promuovere la visione del lavoro femminile che le accomuna.

Nella pagina Chi Siamo sul vostro sito (da cui è tratta tra l’altro la fotografia che correda questo post) troviamo un primo bilancio di questi  12 mesi, con un elenco di criticità che emergono ogniqualvolta le donne cerchino di conciliare il lavoro con la loro vita. La necessità di cambiare paradigma, cioè di ristrutturare dalle fondamenta il mondo del lavoro in modo che sia anche a misura di donna – anziché obbligare le donne ad adattarsi ad un modello maschile -è stata sia la motivazione principale per cui è nato Piano C, sia la problematica principale sulla quale tu e i tuoi collaboratori avere lavorato in questo anno. Quale grado di consapevolezza di questa problematica avete trovato nelle donne con cui siete venuti in contatto?

 In questo primo anno abbiamo avuto la possibilità di incontrare donne piene di entusiasmo e desiderose di mettersi in gioco per innovare vecchi modelli oggi non più rispondenti alle nuove esigenze del lavoro e della società.. La consapevolezza che si tratta di un modello virtuoso si sta diffondendo e siamo certi che avremo la possibilità di cambiare le regole e riscriverle per garantire a tutti un miglioramento del bilancio vita privata-lavoro.

Avete appena presentato a 40 tra le principali aziende italiane il master MaaM – Maternity as a Master,“ un percorso formativo destinato a cambiare il paradigma della maternità sul lavoro, trasformando un momento che oggi sembra essere costoso e difficile da gestire in un’esperienza unica di sviluppo della leadership” per usare le tue parole. Come è andata? L’atteggiamento delle aziende è stato più di apertura o più di diffidenza? Ci sono state obiezioni importanti da parte delle aziende? Se sì, come avete risposto?

Questo primo momento di confronto è stato per noi estremamente sorprendente! Le donne, che nella maggioranza dei casi ricoprono ruoli importanti all’interno delle aziende, hanno immediatamente reagito con grande partecipazione ai nostri stimoli. E’ emersa molto chiaramente la voglia di un percorso formativo nuovo e basato su competenze reali (la maternità) viste come fonte di nuove energie e nuove capacità.

La maternità è davvero una ricchezza, sotto ogni punto di vista: è scientificamente rilevato che la condizione di genitore incrementa la resistenza allo stress, la pazienza e la produttività, tutti aspetti fondamentali in un leader aziendale.

Oltre alle grandi aziende che sono il vostro interlocutore principale, vi trovate a lavorare anche con piccole imprese in cui  la mentalità maschilista – sotto forma di falsi miti come per esempio quello che fa coincidere presenzialismo e produttività – è ancora molto accentuata? Quale spazio di manovra vedete in queste piccole realtà imprenditoriali?

Per quanto riguarda attività come MaaM la scelta è stata quella di rivolgersi a grandi aziende che possono avere al loro interno anche le risorse sia economiche che di struttura per proporre un corso di leadership così particolare. Le realtà imprenditoriali più piccole, che per altro rappresentano la maggioranza in Italia, le stiamo avvicinando attraverso le associazioni di categoria, con cui stiamo avviando dei progetti proprio per poter fornire ai loro associati strumenti e prodotti adeguati. In particolare ad esempio, ci hanno mostrato grande interesse per lo smartworking e il co-baby, dare cioè la possibilità a propri dipendenti di lavorare anche fuori sede o creare spazi dedicati ai bambini da 0 a 3 anni, con educatrici sempre disponibili, anche all’interno di piccole strutture.

Siamo stanche di constatare che le donne sono portatrici di competenze che gli uomini non possiedono (il classico esempio del multitasking) ,e di sentirci ripetere dalle statistiche che se in Italia più donne lavorassero il PIL, la redditività, la governance migliorerebbero  mentre ci accorgiamo che nella realtà gli ostacoli per le donne che vogliono lavorare perdurano. Nella tua  esperienza, quali sono le ragioni per cui le aziende, così attente alla produttività e alla redditività, non tengono in considerazione questi dati?

Credo che uno dei motivi per cui questo accade è che conosciamo pochi esempi concreti da portare come riferimento. Uno dei temi che stiamo portando avanti è proprio quello della mentorship, far cioè emergere con maggior chiarezza ed evidenza gli esempi positivi di donne in funzione chiave che hanno portato significativi cambiamenti all’interno delle loro organizzazioni.

 Noi donne siamo anche discriminate a vari livelli (salariale, orari, incarichi, possibilità di accesso a determinate posizioni lavorative, ecc). Non si riesce a vedere una soluzione. L’unica via di uscita è quella di diventare libere professioniste, magari lavorando in un coworking?

 La chiave di lettura non deve essere solo quella della via imprenditoriale e della libera professione. Il Direttore Generale di un’importante azienda multinazionale ci ha raccontato che lui vorrebbe dare molte più occasioni alle sue lavoratrici, ma queste non vanno mai nel suo ufficio a chiedere incarichi migliori, aumenti di stipendio o altro, mentre è interminabile la fila di uomini davanti alla sua porta. Questo ci fa capire che dobbiamo essere noi le prime ad alzare la testa e chiedere, quasi pretendere, un equo trattamento salariale o un miglioramento della nostra posizione aziendale.

 Se una donna vuole  cominciare a cambiare le regole nel mondo del lavoro quale potrebbe essere un primissimo passo per farlo? Ognuna di noi da sola può già fare qualcosa per cominciare a cambiare la sua realtà lavorativa e quindi di vita ?

Dobbiamo essere noi stesse e calare la nostra natura nel contesto lavorativo. Dobbiamo alzarci in piedi e cominciare a prenderci maggiori responsabilità con la forza e le energie che ci contraddistinguono, facendo conoscere quindi un nuovo modello lavorativo che consenta più attenzione alla conciliazione, tema caro non solo alle mamme.

 Il vostro coworking è aperto agli uomini se accompagnati dai figli. Ultimamente avete dato molto risalto ai papà single. Le loro problematiche sono assimilabili a quelle della mamme che lavorano, single o meno, in modo che gli uomini possano dare il loro contributo alla questione del lavoro femminile, oppure si tratta di una problematica ancora diversa?

Il tema della conciliazione e di maggiori spazi alla vita personale non è un tema unicamente delle mamme. Molti padri ma anche molti giovani sono sempre più attenti a questo aspetto. Recentemente una ricerca di McKinsey sul tema ha fatto proprio emergere come una richiesta di base dei giovani che entrano nel mondo del lavoro sia di avere più spazi personali, non passare ore e ore spesso inutilmente in ufficio ma avere la flessibilità che consenta di coltivare anche il sé.

 E’ possibile fare della collaborazione con una (piccola) parte dell’universo maschile un punto di forza per combattere questa battaglia che finora è stata solo delle donne? E’ possibile trasformare gli uomini in alleati per un nuovo paradigma del lavoro? Oppure, al contrario, c’è il rischio che anche gli uomini che sembrano essere dalla nostra parte e capire le nostre esigenze prima o poi salgano in cattedra come fanno in azienda e impongano dei modelli che sono liberatori per le donne solo all’apparenza per rivelarsi poi nella sostanza maschili ?

Riprendo un tema precedente: dobbiamo fare in modo che le donne arrivino ai tavoli decisionali. Solo in questo modo saremo in grado di portare avanti istanze come il lavoro flessibile, uguali trattamenti salariali e di ruolo e soprattutto potremo far emergere i temi importanti. Vogliamo fare in modo che si parli e si discuta di queste tematiche, oggi ancora trattate come argomenti collaterali. Secondo l’ultimo indice di Uguaglianza di Genere del World Economic Forum (2013), l’Italia è all’71° posto su 135 paesi considerati, guadagnando qualche piccola posizione rispetto al 2012, ma ancora posizionata lontana rispetto ad altri Stati.. Siamo molto deboli nella “partecipazione e opportunità economica”, che misura la presenza di donne dove si decide.

Eventualmente quali sono i punti di forza che gli uomini possono portare a questa rivoluzione al femminile?

Ci piacerebbe poter ribaltare questa visione: Piano C è nato con il presupposto di immaginare e proporre soluzioni inaspettate perché l’incontro tra donne e lavoro diventi fonte di innovazione e ricchezza, sia per la società che per l’economia. Anche gli uomini possono quindi trarre maggior profitto da queste nuove prospettive, contribuendo a innovare i modelli attuali del mondo del lavoro e cogliendo l’opportunità di una maggior conciliazione tra vita personale e occupazione.

Grazie Sabrina, e approfittiamo per augurare  a te, collaboratrici e collaboratori di Piano C, un 2014 ancora più fruttuoso dell’anno precedente. Per parte nostra, non mancheremo di continuare a seguirvi e restare aggiornati. 

@enricaorecchia

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 20, 2014 da in coworking, intervista, lavoro con tag , , , , .
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