E-Cowork

Una rete di lavoro condiviso

Lavorare al femminile: da dipendente a freelance per creare la vita che si desidera

 

“Le scelte che ai più sembrano impopolari sono l’unico modo per essere in pace con se stessi e con il mondo”.

Simona Biancu

Il lavoro statale non come punto di arrivo ma come trampolino di lancio. Il fundraising come scoperta di un universo nuovo, nata da un’illuminazione sul volo New York-Milano.  Il lavoro di freelance come modo per trasformare la propria vita, non solo lavorativa. In breve, è la storia di Simona Biancu.

Co-fondatrice e co-titolare – insieme al marito Alberto Cuttica – di ENGAGEDin,  una società di consulenza e formazione sul fundraising, fino a un paio d’anni fa Simona era una lavoratrice subordinata. Con un posto fisso, per di più statale.

Dipendente del Politecnico di Torino, si occupava di relazioni con le aziende e placement e dell’Associazione ex allievi. In controtendenza alla mentalità dominante, che vede il posto statale come il sogno lavorativo da inseguire a qualunque costo, la “sicurezza” che quel posto dà come il valore più alto, in tempi non facili, Simona ha avuto il coraggio di osare. Per realizzare se stessa nel lavoro e perché considera il lavoro in continuità con la sua vita. Come un modo per creare qualcosa, non come 8 ore da far passare velocemente e lasciarsi alle spalle andando a casa la sera. La sua mentalità nuova e coraggiosa l’ha premiata, come racconta lei stessa nell’intervista che segue, dandole la possibilità di modellarsi una vita a sua immagine e somiglianza, anziché dover adattare la sua esistenza a esigenze imposte dall’alto.

Che cosa spinge una persona con un buon posto statale ad affrontare tutti i rischi connessi all’aprire un’attività in proprio? Come racconteresti  l’iter che ti ha condotto a questa decisione?

Le motivazioni della mia scelta sono apparentemente casuali. Per il Politecnico di Torino gestivo le relazioni con le aziende occupandomi di placement  (collocamento di personale) per gli studenti. Poi il rettore mi incaricò di riorganizzare l’associazione degli ex-allievi. Al rientro dal viaggio di nozze, sul volo New York-Milano, mio marito, che stava leggendo  l’Espresso, notò un articolo sul fundraising, che descriveva una serie di attività che avrebbero apportato benefici anche alla  associazione di ex-allievi. Si citava anche un Master sul Fundraising che l’Università di Bologna organizzava da qualche anno a Forlì. Al Politecnico interessava che qualcuno approfondisse la materia e mi permise di iscrivermi e frequentarlo: fu una scoperta totale di questo mondo, di cui ho apprezzato in particolare l’approccio culturale: il fundraising visto come un contenitore di tante discipline (project management, marketing, comunicazione, ecc), tutte declinate sull’etica e con un obiettivo sociale. Al termine, con l’idea di presentare una tesi sperimentale sviluppando un vero e proprio piano di fundraising per una fondazione di impresa, interpellai la fondazione Borsalino di Asti. Lavorammo insieme con profitto e alla fine mi offrirono di continuare a collaborare con loro.

E’ stato in quel momento che hai cominciato  a pensare di  lavorare in proprio?

Sì.  Avevo sempre considerato il mio impiego (che mi piaceva, nonostante– come ovvio – fosse pesantemente condizionato dal fatto di ’essere in una grande organizzazione con regole non sempre condivisibili e una gerarchia spesso limitante) un punto di partenza, mai come un punto di arrivo. Ero sempre stata consapevole del fatto che avrei lavorato finché il lavoro mi avesse dato soddisfazioni. Considero il lavoro come qualcosa in continuità con la mia vita, non vedo a una frattura fra i vari momenti. Nel frattempo al Politecnico le mie condizioni lavorative erano cambiate: il progetto di cui mi occupavo aveva perso consistenza e mi trovano a pensare con sempre maggiore insistenza alla possibilità di un cambiamento.  Mi era chiaro che non avrei fatto la dipendente tutta la vita: non amo le gerarchie e il lavoro impostato dagli altri. Dato che avevo già iniziato a fare qualche piccola consulenza, alla fine sfruttai la possibilità di prendere un anno di aspettativa per intraprendere una nuova attività lavorativa.  A posteriori mi rendo conto che si tratta  comunque di un tempo breve per  poter mettere insieme tutti gli elementi di valutazione. Tuttavia all’epoca, anche se ero molto convinta della mia scelta, quella opportunità mi  fu di grande aiuto dal punto di vista psicologico. Avevo in ogni caso la certezza che non sarei tornata indietro.

Non è stato un passaggio traumatico, non mi ha tenuto sveglia la notte a chiedermi che cosa stavo facendo. Una volta che avevo ben ponderato la scelta, dovevo andare avanti, anche sapendo che poteva non funzionare. Ma ripensamenti non ne ho mai avuti.

Come sono stati gli inizi? Hai mai avuto la sensazione che ti mancasse la terra sotto i piedi, oppure hai provato euforia?

Né l’una né l’altra sensazione, anche se il cambiamento un po’ di effetto te lo fa provare. Ho potuto contare sull’ appoggio incondizionato di mio marito. Anche i miei familiari, diversamente da quanto avviene di solito, hanno avuto piena fiducia nella mia scelta e non hanno mai cercato di farmi cambiare idea.

Si dice che chi ha il coraggio di mettersi in proprio è poi ricompensato da uno stile di vita e di lavoro impagabile. E’ vero questo per te?

Assolutamente sì. Sono molto contenta del mio modo di vivere. In particolare mi piace l’idea di poter decidere in prima persona quale interpretazione dare a ciò che faccio.

Lavorare in proprio era come ti immaginavi o ti ha riservato delle sorprese?

All’inizio mi pesava essere sola perché occorre molta disciplina per concentrarsi, organizzarsi e andare dritti alla meta superando eventuali ostacoli. Poi mi sono abituata e questo  lavoro rappresenta veramente il senso che ho sempre ambito dare alla mia vita.

Quali sono stati i cambiamenti maggiori rispetto al lavoro da dipendente: la gestione economica, la gestione del tempo, la gestione della clientela?

Il cambiamento maggiore è stato sicuramente la gestione del tempo. Quando si lascia un lavoro dipendente per mettersi in proprio si passa dall’avere le giornate completamente organizzate dagli altri a doverle organizzare da cima a fondo in prima persona. Soprattutto agli inizi il cambiamento è notevole perché bisogna imparare a pianificare. I primi due o tre mesi sono piuttosto complicati, poi ovviamente si impara a gestirsi.

Come ti ha cambiato a livello personale scegliere di lavorare in proprio? Quali caratteristiche di te stessa hai dovuto sviluppare per poter prendere questa decisione e metterla in atto con successo?

 Ho dovuto lavorare molto sulla fiducia, prima di tutto in me stessa e poi negli altri. Sono stata ampiamente ripagata. E’ stato incredibile vedere in questi anni quanta gente  sia stata disposta a mettersi in gioco e a investire nel fundraising per la propria organizzazione non profit scegliendomi come consulente.

 Quali sono secondo te le caratteristiche necessarie per mettersi in proprio? Quali le tue caratteristiche personali su cui hai fatto leva per portare avanti con successo la decisione di metterti in proprio?

Bisogna avere le idee chiare su quello che si vuole fare, essere disposti a mettersi in gioco, accettare la possibilità che le cose possano anche non andare bene. Nello specifico del fundraising ci vuole grande empatia, ottime capacità relazionali, molta pazienza e capacità di ascolto.

Quali sono i vantaggi più importanti che hai ottenuto mettendoti in proprio rispetto a quando avevi un lavoro dipendente?

Poter decidere della mia vita: i tempi e i modi, il come e il quando.

E gli svantaggi?

Non ci sono svantaggi. Non menzionerei nemmeno il fatto di non avere lo stipendio fisso, in quanto per me questo costituisce uno stimolo in più a impegnarmi.

Tu sei sposata, quindi se dovessi trovarti in difficoltà dal punto di vista economico immagino godresti di un appoggio. Se fossi stata da sola avresti fatto la stessa scelta,  oppure saresti stata maggiormente cauta?

Mio marito è stato il mio primo sostenitore. Non solo ha condiviso la mia scelta, ma essa stessa fa parte di un progetto più grande che abbiamo portato avanti insieme fin dall’inizio: desideravamo metterci in proprio e lavorare insieme, per stare insieme anche durante i tempi del lavoro. Abbiamo fondato una società, la Engagedin.  Chiaramente ho potuto fare questa scelta anche perché potevo permettermela.

E se avessi avuto figli?

Avrei fatto la stessa scelta. Chi non è contento non è in grado di trasmettere gioia agli altri. Le scelte che a volte sembrano impopolari ma che, semplicemente, riflettono l’espressione di un desiderio, sono l’unico modo per essere in pace con se stessi e quindi con il mondo.

Ritieni che per una donna lavorare in proprio sia preferibile al fatto di essere dipendente, per le maggiori possibilità di gestire la propria vita extra lavorativa?

Non necessariamente. Nel mio caso lavoro più di prima, sono sempre impegnata di sabato e spesso anche la domenica.

Se qualcuno ti offrisse un’ottima opportunità di lavorare alle sue dipendenze, in questo momento, torneresti indietro?

Mai dire mai ma, adesso come adesso, assolutamente no. E comunque non mi piacciono le minestre riscaldate: se una cosa non funziona non si torna indietro: si continua a cambiare.

 

Abbiamo volutamente dedicato alla storia lavorativa di Simona Biancu il primo post dell’anno nuovo, a sottolineare come il coraggio di seguire le proprie aspirazioni, la disponibilità ad affrontare rischi calcolati compiendo scelte che ai più appaiono impopolari, un pizzico di audacia, la fiducia nel futuro e soprattutto il credere in se stessi e nella possibilità di costruire la vita che si desidera siano gli ingredienti del successo. Con l’auspicio che sia di incoraggiamento e stimolo a tutti i lettori del nostro blog che stanno meditando di compiere il grande passo diventando “lavoratori di se stessi”.

@enricaorecchia

 

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 3, 2014 da in intervista, lavoro con tag , , , , .
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